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“U Pagghiaru” di Bordonaro, l’albero della cuccagna di Messina

6 gennaio 2017

Il 6 gennaio di ogni anno, giorno dell’Epifania, a Messina alcuni giovani audaci si sfidano in un’impresa di tutto rispetto: provare a scalare una specie di capanno, sospeso su un alto palo e addobbato con diversi oggetti colorati. Questa tradizione prende il nome di “U Pagghiaru”, ossia il pagliaio, costruito nella piazza centrale di Bordonaro, piccola frazione della città sullo Stretto.
Il rito risalirebbe all’XI secolo, quando alcuni padri di origine brasiliana avrebbero portato in Sicilia dall’Armenia l’uso di festeggiare il giorno del Battesimo del Signore con riti solenni celebrati sotto un grande albero a forma di capanna. Una festa piena di simbolismi: “U Pagghiaru” è infatti un albero d’abete natalizio, simbolo della rinascita della natura, propiziatorio dell’abbondanza dei raccolti dopo il freddo invernale.
I preparativi hanno inizio diversi giorni prima quando la gente va nei boschi alla ricerca di bastoni, rami e foglie (generalmente si tratta di rami di corbezzoli, in dialetto locale detti “mbriacheddi” perché era usanza, un tempo, mangiarli in osteria bevendo il vino). Insieme al palo (alto più o meno nove metri) e alla “crucera”, particolare struttura realizzata dall’incrocio di quattro travi all’interno di un cerchio di ferro, viene quindi tutto trasportato nella piazza centrale, dove si dà inizio alla realizzazione di “U Pagghiaru”. Il tutto sotto l’occhio vigile dei più anziani, sempre solerti a dispensare consigli per la buona riuscita dell’evento. Dopo aver fissato il palo al centro della piazza si monta la “crucera”, che fa da raccordo tra il palo e la struttura a forma di campana che lo stesso sorregge; quindi si passa al telaio e alla sua copertura con fogliame. La mattina di giorno 6 la struttura viene addobbata con arance, limoni, cotone e ciambelle di pane azzimo. Nel punto più alto viene piantata una croce, così come vuole la tradizione, a sua volta ricoperta da arance, salsicce, panini a forma di stella splendente e un lungo nastro rosso.
Dopo la benedizione delle acque e del “Pagghiaru”, ecco quindi il momento tanto atteso: gli “assaltatori” si lanciano verso “u Pagghiaru” cercando di aggrapparsi alla cupola attraverso una non facile arrampicata. Vince chi riesce ad impossessarsi per primo della croce. Agli altri, invece, non resta far altro che spogliare questo grande “albero della cuccagna” di tutti gli alimenti di cui è rivestito. Il rito vuole che arance, limoni, pane e quant’altro venga lanciato sulla folla a grande valore simbolico e propiziatorio.
Ma la festa non finisce qui: infatti, subito dopo, si ci sposta sul sagrato della chiesa, dove viene messo in scena lo spettacolo del “Cavadduzzu e l’omu sarbaggiu”. E’ la pantomima di una battaglia a suon di musica, inscenata da due figure, un cavallo e un uomo con elmetto, lancia e scudo. Le armature, in canne e legno, vengono addobbate con diversi petardi, fatti esplodere proprio nel corso della battaglia. L’abilità dei due personaggi sta proprio nel riuscire a mimare i passi di danza con lo sparo dei mortaretti. A vincere la battaglia è colui che spara l’ultimo colpo, che la tradizione vuole essere l’animale. Una rappresentazione simbolica della lotta del bene contro il male, per propiziare il rinnovo della natura e la fecondità della terra.