In Albania per il Giorno dell’Indipendenza

28 novembre 2016

Tirana, Albania

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Una data, un significato. Nel cuore tormentato dell’Europa Centrale, da sempre in bilico tra l’Occidente secolarizzato e l’Est ortodosso, una nazione e una data, incessantemente ripropongono l’indissolubile connubio che esiste tra eventi e collettività. L’Albania e il 28 Novembre, ovvero un paese legato al suo destino, o detto in altre parole: l’Albania e la festa dell’Indipendenza.

 

Le voci e la vita, da Tirana a Pristina

Ogni anno, si celebra uno dei più emozionanti momenti della storia albanese. In quel giorno, la gente di Albania riempie le piazze a Tirana, ognuno con una bandiera nella mano, gli alunni delle scuole, le ragazze dai grandi sorrisi, sotto il cielo di Valona, si parano il volto con baffoni neri come quelli del Kemali padre della patria, ragazzini che scattano selfie imbandierati di rosso e nero, tanto nella capitale quanto nelle piazze di Pristina o Presevo, in quel Kosovo che guarda a Tirana con sempre maggiore convinzione.
Il prossimo 28 Novembre saranno centotredici gli anni di indipendenza albanese: come ogni anno, c’è da giurare, che il calore della popolazione locale, che si cammini senza meta per le strade di Tirana, sul lungomare di Valona; che si scelga Scutari o Durazzo poco importa, saprà scaldarvi e coinvolgervi nella festa, discreta e misurata come sono gli stessi albanesi.

 

Il gusto d’Albania, tra il byrek e i meze

Voglia di festa che non manca, e non mancherà mai nell’Albania moderna: fermatevi senza indugio nei tanti restorant pronti a rapirvi con i sapori della cucina squipetara; assaggiate l’immancabile byrek, (una imperdibile focaccia con formaggio e carne macinata a e verdure) o i fenomenali meze, antipasti a base di riso e carne. Più in generale, godetevi una nazione ancora non assediata dal turismo mordi e fuggi: borghi medievali, scorci mozzafiato, atmosfere familiari, mestieri e tradizioni di un tempo lontano. L’Albania sta chiamando: chiede integrazione, vicinanza, non solo giudizio o condizioni.

 

Come tutto ha avuto inizio

Libertà, patti infranti, amore per il proprio popolo, battaglie all’ultimo sangue: la storia del’Albania ne è piena, anzi: è questa la storia dell’Albania. Terra di dominio turco dalla fine del Trecento, la Patria delle Aquile lega al nome, ancora venerato, del condottiero Giorgio Castriota, albanese del distretto di Diber, i suoi primi vagiti di indipendenza, di autodeterminazione e di unità territoriale. Proprio il capopopolo albanese, figlio di uno dei signori della resistenza locale all’invasione turca di fine quattordicesimo secolo (fu tradotto come ostaggio in Turchia insieme ai suoi fratelli quale strumento di pressione per fiaccare la posizione del proprio genitore), ma al contempo elemento di punta delle forze armate delle Mezzaluna (dopo il rapimento venne cresciuto nelle ferree accademie militari di Istanbul), cedette armi e cuore al richiamo disperato dei suoi compatrioti che lo volevano alla testa dell’insurrezione albanese all’occupazione turca. 28 Novembre 1443: Giorgio Castriota, chiamato dal Sultano col nome di Iskender Beg, nome turco che richiama le gesta di Alessandro Magno, Scanberbeg per gli albanesi, cede alla sua coscienza e vendica il padre; disertando e passando fronte, ponendosi così alla testa degli eserciti serbo-albanesi, che scacceranno gli Ottomani e resisteranno, indipendenti, fino al 1479. Giorgio Castriota, oramai solamente Scanderbeg, non portò la libertà al suo popolo: la ritrovò col suo popolo.

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Due gatti battono un orso

Quattrocentosessantanove anni. Tanto è servito al 28 Novembre albanese per tornare a riempirsi di fasto, di gloria, di speranza. Sempre e comunque, lotta di ideali e di liberazione. Sempre e comunque armi e coraggio usate contro il vicino d’Oriente, quell’Impero Ottomano sempre desideroso di sfondare ad Ovest. È il 28 Novembre del 1912, quando Ismail Kemali, notabile albanese, a Valona, dal balcone della casa di uno dei quaranta componenti la novella Assemblea Costituente d’Albania, proclama la secessione e l’indipendenza della nazione dall’Impero. Non lo fa con boria e tracotanza: sono parole da leader; è lui, infatti, l’indiscusso Primo Ministro eletto dall’assise, autoproclamatasi “faro dell’Albania”. Sagacia politica e abilità personale: a tanto si deve la mossa di Kemali, che non poteva farsi sfuggire l’occasione concessa dall’indebolimento dei Turchi, appena sconfitti nella Prima Guerra Balcanica, con serbi, greci e bulgari assai veloci ad espandere i propri confini a discapito di Istanbul. Durò poco l’esperienza da premier di Kemali: il consesso europeo che, nel 1913, legittimò l’indipendenza albanese tramite i lavori del Congresso di Londra, voleva che sul Paese delle Aquile spirasse vento di moderazione e conservazione in luogo di pericolose avventure oltranziste. Ecco il Principato di Albania, seppur mutilato nella sua costituzione territoriale. Ma nei cuori degli albanesi non c’è posto per il Principe Guglielmo di Weid; Ismail Kemali non si scalza. Il padre della Patria albanese, colui che ridusse i conflitti tra le fazioni cittadine e quelle periferiche, in nome della Causa albanese, che unì le differenze e le trasformò in valore politico, perché come recita un equilibrato proverbio albanese: “due gatti battono un orso”, resterà sempre, immutabile, nel ricordo delle genti.

 

Tra ascesa e declino di una speranza

Passano i secoli, ma il fruttuoso incontro tra una data ed un popolo non cessa, almeno per gli eredi di Scandeberg. C’entra anche l’Italia, stavolta. L’8 Settembre 1943 significa, si, la fine di tutte le operazioni militari delle oramai fantomatiche forze armate reali. Ma segna anche, e soprattutto, l’inizio di un potente vuoto di potere che non si limiterà ai confini nazionali. Con la débâcle della monarchia, ne fanno le spese le farneticanti avventure imperiali sotto l’egida del tricolore savoiardo. Caracolla l’Africa Italiana, collassa il Regno di Albania. Per compattare, o provare a farlo, le forze armate albanesi contro i partigiani influenzati da Mosca, che man mano conquistano fette di suolo, arrivano le armate tedesche, col nervo ancora scoperto del recente cambio di fronte sabaudo, e oramai sfinite ed impossibilitate a controllare tutto lo scacchiere europeo. Andrà sempre peggio, fino alla cacciata della Wermacht dall’Albania, che avviene proprio il 28 Novembre 1944, poco più di un anno dopo l’inizio delle ostilità. Ma la speranza di una democrazia da costruire per le future generazioni svanisce anch’essa prestissimo: la Conferenza di Yalta lascia l’Albania a completo ricasco dei comunisti locali, decisi ad imporre la dittatura del proletariato con il placet di Mosca. L’Albania per quarantasei anni, dal 1944 al 1990, sopporterà uno dei regimi più duri che il Vecchio Continente abbia mai conosciuto.

 

Il volo dell’Albania che non vuole più fermarsi

Il buio è passato. E’ stata lunghissima ma ce l’ha fatta, l’Albania. Il prezzo che ha pagato è stato salatissimo: intere generazioni spezzate da folli progetti di ingegneria sociale. Inutile dire che sotto i massi del Muro di Berlino, giace la durezza di una dittatura che specializzò feroci metodi di repressione e sviluppò una polizia segreta, la detestatissima Segurimi, nulla da invidiare alla Stasi o al Kgb. Anche i grigi funzionari di partito misero le mani sul 28 Novembre: Festa della Repubblica Socialista di Albania, la chiamarono. Nessun albanese, di sua volontà, avrebbe mai trovato di che festeggiare. Liberarsi del passato, però, non fu facile: quello che restava del regime di Enver Hoxha, significava miseria, povertà, domani impossibile da costruire. L’Albania, presa tra la disperazione e la mancanza, alzò la fronte e il primo paese che vide innanzi a sé, fu l’Italia, con cui il legame non s’era mai spezzato. Ricordare l’emigrazione albanese in Italia è al contempo una pagina di storia patria per entrambe le nazioni. Il porto di Bari che accoglie il peschereccio “Vlora”, l’8 Agosto del 1991, con ventimila disperati a bordo, non ha altri eguali nella storia delle relazioni tra i due popoli.

Foto: Agenzia Nazionale del Turismo

VOLA IN ALBANIA

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