Carnevale di Mamoiada, i Mamuthones e la Sardegna arcaica

Febbraio 2016

Mamoiada, Italia

Carnevale di Mamoiada

La prima volta che ho sentito parlare del Carnevale di Mamoiada e dei Mamuthones fu una sera nel deserto, a Sud dell’Algeria. Eravamo nell’Hoggar, intorno al fuoco, accampati tra rocce di basalto che si rivelarono un buon riparo, soprattutto per il vento che spesso si alzava durante la notte. Deve essere stata proprio la brace che ardeva, su cui era posto l’immancabile bricco dell’acqua per il tè, a ispirare il mio interlocutore che esordì appunto chiedendomi se fossi mai stato a Mamoiada. Per tutto il tempo che rimanemmo accovacciati sulla sabbia in compagnia delle nostre guide tuareg, mi parlò di questi uomini travestiti da satiri con pesanti campanacci sulle spalle il cui suono, mi diceva, ti scuote dentro, soprattutto quando procedono o si fermano all’unisono durante la processione del 17 gennaio.

L’isola arcaica

Nei viaggi capita spesso così. Di essere in un luogo e di parlare di un altro. Deve essere la forza delle radici. Come nel caso del mio amico sardo: era lì nel deserto, sotto un cielo che ti sembrava di poter toccare con una mano, per quanto fosse basso e le stelle pulsassero, e invece di sentirsi lontano, smarrito in quel paesaggio lunare, avvertiva ancora più saldo il legame con la sua terra. Una Sardegna, quella di Mamoiada, diceva, lontane dalle spiagge e dal mare dal sapore polinesiano. Più vicina al mondo arcaico, fatto di riti antichi legati per lo più alla pastorizia. Non è questo del resto che accomuna il Mediterraneo? Fernand Braudel dice che il Mediterraneo comincia là dove si incontra il primo ulivo. Ma il discorso si potrebbe estendere anche alla prima capra: dalla Sardegna, alle isole dell’Egeo, fino a Creta e alla Turchia, è un’unica storia di marinai concentrati su un lembo di terra, una striscia.
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Carnevale di Mamoiada e i Mamuthones (foto di Antonio Carbone)

Tra la Sardegna e l’Argentina
Poi arrivò una seconda persona a condurmi al Carnevale di Mamoiada. Ero impegnato nella ricerca di informazioni su Juan Peron, quando mi imbattei in Peppino Canneddu. Fu lui a parlarmi al telefono delle origini sarde del dittatore argentino e più precisamente di Mamoiada. Peron sardo, ma come è possibile? E’ una storia lunga che non posso raccontarti al telefono. Forse è il caso che ci vediamo di persona, mi disse. Perché non vieni? Fu lui stesso a consigliarmi una sistemazione a Mamoiada in una locanda che, da non crederci, si chiama “Casa rosada”, come la sede ufficiale del governo argentino. Ma che storia è questa? pensai, quando riattaccai. C’erano tutti i presupposti per qualcosa di suggestivo e il viaggio, per l’appunto, si rivelò all’altezza delle aspettative.

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L’inizio del viaggio e i Tirreni
Le isole, si sa, andrebbero raggiunte sempre via mare. Attraverso un approdo. Solo così si ha modo di comprendere il distacco, la separazione. Parti da Civitavecchia lasciandoti alle spalle i monti della Tolfa disabitati, fatta eccezione per quei pochi paesi concentrati intorno ad antiche miniere e al tuo arrivo già intravedi la selva fitta e densa che a ridosso della costa spinge sul mare. E anche qui altrettante miniere abbandonate. Stessa orografia, termine che più che al rilievo dei monti mi ha fatto sempre pensare a disegni a sbalzo sulla superficie di suppellettili e altri nobili arredi appartenenti ad antiche civiltà. A proposito: da dove venivano i Sardi? Si ripete il discorso sentito tante volte sugli Etruschi. Ma non sarebbe allora il caso di parlare più in generale di unico popolo composto dai Tirreni. I Pelasgi, appunto, me l’immagino arrivare dalle sponde dell’Oriente e salpare sulle nostre coste e in fretta venire a patti, si fa per dire, con gli indigeni: un sarago per ogni coscia d’agnello. Che bello sarebbe poter raccontare la storia dei popoli preromani in questo modo. Chissà che cosa ne penserebbe Erodoto. Ma forse allo storico greco sarebbe più utile chiedere lumi sull’origine dei Mamutones dal momento che maschere simili sono presenti anche sull’isola di Skyros, in Tracia e persino in Dalmazia.

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Da Cagliari ai falò
In auto non è difficile arrivarci. Da Cagliari, si sa, una sola è la strada per raggiungere il Nord dell’isola. Una carrozzabile si sarebbe detto una volta e, sebbene sia larga e per lunghi tratti a scorrimento veloce, questa è l’impressione che si ha percorrendola. Non appena ci si lascia alle spalle la fertile pianura del Campidano, prende il sopravvento il paesaggio aspro e scabro che più si associa a questa terra misteriosa e remota ma mai ostile.
Ad attendermi, naturalmente c’era Peppino Canneddu con ben due copie dei libri che ha scritto. Dopo anni di ricerche e viaggi in Argentina era arrivato alla conclusione che Peron in realtà fosse un sardo di Mamoiada emigrato agli inizi del Novecento e che per accedere alla accademia militare di Buenos Aires fu costretto a cambiare il suo nome e la sua nazionalità. Fu così che – secondo Peppino Canneddu – Giovanni Piras divenne Juan Peron.
L’inizio del libro era avvincente e per giunta supportato da documenti ufficiali. Avrei voluto immergermi subito nella lettura ma non c’era tempo. Lo farai quando ritorni a casa – mi rassicurò Peppino – ora è il momento di fare il giro del paese. Vedrai sono tutti fuori dalle case impegnati nell’accendere i falò. Ed effettivamente già da lontano si notava un certo fervore. Era tutto un aggrumarsi di uomini, donne, bambini e legna che cominciava ad ardere e a fare fumo.
Carnevale di Mamoiada
Carnevale di Mamoiada, i falò (foto di Antonio Carbone)
La processione e il caprone peloso
Seguendo la mia guida mi avvicinai al primo gruppo di persone che incontrammo intorno a un fuoco. La mente tornò a quella sera nel deserto e capii la nostalgia che aveva preso il mio amico. Rimanemmo lì per qualche minuto poi, a passo svelto, raggiungemmo il punto più alto del paese. Nel lucore di ciò che restava del giorno, provai a contarli i falò. Saranno stati una trentina. Infondevano una certa tensione al paesaggio. Se non fossi stato consapevole che si trattava di un rito che si rinnovava ogni anno in attesa del giorno della processione, difficilmente avrei potuto evitare di pensare che non fossero stati causati da un’improvvisa emergenza che aveva fatto precipitare le persone fuori dalle proprie case.
“Mamuthones”, è questa la parola che passava di bocca in bocca quasi con il tono di chi condivideva un segreto. Poi, passando per vicoli nuovi, ci affrettammo a metterci al riparo dalla tramontana che guadagnava vigore dal vuoto in cui niente gli si opponeva. E ancora una volta tornò il ricordo di quelle notti nel deserto e del vento che soffiava forte facendo gonfiare la tende. Tornando nella Casa rosada, nell’ombra della sera, mi sembrava di avvertire già la presenza delle maschere tenebrose che il giorno dopo avrebbero danzato davanti a ogni fuoco. Come se, a mano a mano che la luce scendeva di tono e la notte si rapprendeva in un unico panno scuro, fosse inevitabile non riuscire più a distinguere un uomo da un vecchio caprone peloso.

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