Un viaggio sensoriale nell’Umbria di Burri, fra sogno e realtà

27 giugno-18 ottobre 2015

Città di Castello, Italia

burri, gibellina, cretto

Nel cuore dell’Appennino è già in moto la macchina organizzativa per celebrare il centenario della nascita di Alberto Burri, che parte da Città di Castello e ripropone all’attenzione del mondo culturale uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento. In qualsiasi itinerario nell’Umbria ci verranno incontro palazzi nobiliari, antichi lavatoi, corti rinascimentali, torri medioevali, pievi rurali, cattedrali cittadine: se provassimo a calare il naso in ogni fenditura, come il pensiero si cala nel pozzo della memoria, scopriremmo che apre mondi imperscrutabili. Ma stavolta il viaggio parte dalla riflessione sulla modernità

…Proverai allora una sensazione olfattiva che ti invade e ti trasporta, inspiegabile come lo scorrere del tempo. E’ l’odore dell’antico…Ma se provi a razionalizzare ciò che produce turbamento , osserverai che è solo forte odore di muffa, lievemente sparsa come un sottile sudario, disseminata come gramigna a perlustrare vite che abitarono un tempo fra quelle mura…

Muffa (1951) è una delle opere di Alberto Burri che insegnano la magia delle sedimentazioni. Non è certamente una tela fra le più note e le più grandi, ma apre molti spazi mentali, più ampi delle praterie del Texas, dove l’autore fu recluso per lungo tempo quando risiedeva in USA e le autorità americane dopo l’entrata in guerra contro le dittature europee , lo trattarono come un nemico. Pur non essendo un lager nazista fu comunque un’esperienza concentrazionaria dolorosa, che acuì l’ipersensibilità di Burri e concentrò la sua attenzione sulla degenerazione delle sostanze organiche e sulla loro metamorfosi cromatica e materica.

…Non riusciresti più a ricordare l’odore del vinavil, né quello dell’impasto di colori e pietra pomice nel groviglio di polveri che si scompongono per ricomporsi aliene e combinarsi in forme allotrope. La vista si offusca mentre si ergono santuari di riti pagani ove domina nigredo, poi cenacoli di vino nerissimo d’Umbria a trarre valore dall’oro, a fendere nebbie e notti, per vincere addensamenti d’ombre nella coltre delle tenebre…

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Se Neri e Muffe esposti all’Obelisco nel ’51 sono il frutto maturo degli anni nel campo di Heresford, divengono allora la costante dell’oscuro senso dell’Essere nel ciclico succedersi delle stagioni. Poi vennero i cellotex e i Grandi Neri, mentre riannottava sull’Europa e il gelo della Guerra Fredda seguiva al silenzio dei lager. Opacità e trasparenze si velano e si svelano nel gioco di diversità/somiglianze e conducono idealmente alla sublime crocifissione di Luca Signorelli nell’Oratorio di San Crescentino a Morra: un’opera restaurata proprio grazie al generoso intervento economico di Burri, che restituisce il senso di un Cristo sansebastianizzato o di un San Sebastiano cristico, capace di essere risucchiato in cielo dal richiamo del Padre.

…Nel corridoio dei Grandi Neri, ciascuno di essi riflette l’immagine di un momento vissuto dall’uomo, un frammento notturno di tipologie dell’umano.E allora comprendi che, parafrasando Quasimodo, realmente “ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole”: ed è subito nero. E certe increspature sembrano sollevarsi come un’onda anomala se solo avverti il suono sotteso, il lieve muggito che si leva,si innalza, si smorza. Mentre avverti un odore di fumo salire alle narici da un letto di secoli…

Siamo in uno dei luoghi più attrattivi d’Europa, i seccatoi di tabacco: il grande Tao del pensiero di Burri. Si ha la percezione che il senso del prosciugamento dalle piante al tabacco si sia trasferito nell’essenza delle opere contenute in questo locus solus reale eppure immaginario. Al di là della raccolta burriana splendidamente allestita, questo site specific vale una visita attenta, a patto di approdarvi soltanto nello stato d’animo del Sansone agonista di Milton: “i sensi calmi,la mente fredda, ogni passione spenta”.

…Potrebbe mai il catrame risultare attraente in tempi di ecosistemi ? Solo quando richiama l’asfaltatura di strade destinate al viaggio! Per uno scherzo del sogno ogni puntina diventa un grammo di tartufo nero, spolverizzato per sorte sulla tavola/tela e pronto a soddisfare il palato come l’arte fa con gli occhi e la mente: lunghe assi di legno si ricoprono di teli neri per imbandire il senso del gusto, emerge un nero magma, ma è vernice o cioccolato? Poi per combustione è reso fuoco dal calore che sale dal basso, mentre le tele si scrostano come a smaterializzarsi lasciando piovere polvere di cacao…

La successione dei Neri non è pura esposizione, non si nutre di minime variazioni snervanti, è una fissità dolente che esplora tutte le trasformazioni del colore al contatto con la luce e il buio. Potrebbe somigliare all’ossessione della Mountain Sainte Victoire di Cèzanne, oppure rappresentare una reiterazione infinita di frames, ma diviene di fatto un concerto di echi che risuonano per ripercorrere tutte le sfaccettature del mistero.

…Come il Prometeo di Lowell credetti di muovere il mondo. Ma ora il mondo si muove. E io sono qui: un punto nero nella spietata perfezione di Zeus.

Questo punto nero è il punto di equilibrio fra il fattore estetico e il momento estatico, e si trova nel centro esatto d’Italia.
A palazzo Albizzini i secoli che nella creaturalità francescana trovano la chiave spirituale per leggere il territorio, sgorgano nell’angoscia del linguaggio che caratterizza il tempo presente, e l’impotenza della parola si converte nella pietas della materia che riconduce alla voce dei primordi. E nelle opere in rosso il colore scarlatto diventa un fluido vitale che riprende a pulsare nel cuore del Medioevo, per poi inserirsi nella società dei flussi.

…Ti immergi in un percorso sotterraneo che lentamente simula e dissimula un effetto–labirinto, attraversa tensioni occulte, in un percorso iniziatico che ha come mezzo la percezione della trasparenza dell’oscuro e come fine la visione del candore del nero. Allora ogni patina si sfalda, come per rivelarsi, orgogliosa di un suo intimo dinamismo e attiva un teatro d’ombre in cui la sequenza dei Neri fugge, dissolvendosi come gli effetti di un sogno interrotto nella mente e negli occhi di chi si risveglia…

E’ la stessa sfida degli antichi maestri orientali che giungevano alla perfezione ascoltando l’applauso di una sola mano. Passando attraverso la lacerazione dei sacchi e degli strappi potremo suturare la ferita originaria e ricucendone i lembi conquistare una mente pulita: consumato dagli oggetti, l’individuo riprende fiducia nei propri mezzi e ridiventa consumatore di oggetti, forse appena un po’ meno infelice ma finalmente signore delle sue scelte, ideali o pratiche.

Le ampie sequenze di neri, di rossi, di bianchi non sono altro che la Sacra Rappresentazione delle differenze, la celebrazione della convivenza delle diversità, che ripudia la drastica reductio ad unum con cui il tragico quotidiano vorrebbe imporre il mare dell’oggettività all’ingestibile società liquida.

Cogliendo le sfumature ci accorgiamo che esiste un bianco leggero e un bianco sporco, un nero brillante e un nero opaco, un rosso traslucido molto pop e un rosso spento più istituzionale. E tutti tendono alla trasparenza, pura incarnazione virginale, mentre il nero più cupo opera surrettiziamente, quasi in modalità teatrale, come una sorta di referente materico della Classe Morta, capolavoro scenico dell’ultimo Novecento di Tadeus Kantor: ogni nero-senex porta sulle spalle il proprio nero-puer, e l’IO bambino preme sulle spalle del vecchio imprimendo il segno dell’ombra iunghiana.

Secondo Cesare Brandi, le immagini di Burri hanno la funzione di allarmare lo spettatore, e questo ricorda proprio la funzione del teatro ridefinita da Giovanni Macchia, che è quella di non mandare lo spettatore a letto tranquillo. E ben venga, in occasione del Centenario, la ricostruzione del Teatro Continuo, la piattaforma scenica concepita da Burri come opera permanente nel Parco Sempione a Milano nel 1973 e dissennatamente demolita nel 1989.

 

cretto, gibellina, burri(Foto: Il “Cretto” di Gibellina)

 

Nel cosmo poetico di Burri non è concepibile l’unidimensionalità. Per questo saluteremo con gioia il restauro del Grande Cretto, l’immane opera di land art che non vuole essere sudario sullo spazio dei morti del terremoto di Gibellina nel 1968, ma rispetto delle insondabili pieghe di un territorio, attraverso solchi di un labirinto come infinite variazioni su tema del paese scomparso ma non dissolto perché tradotto in energia. E il silenzio si fa preghiera perché non concepisce la tristezza, ma la meditazione della malinconia.

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L'AEREO PER L'UMBRIA