Il Festival Vudu di Ouidah

gennaio

Ouidah, Benin

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Bamboline trafitte da spilloni, malocchi, amuleti, sortilegi, feticci. La parola vudù evoca esoterici e ancestrali culti nati in Africa e giunti nel Nuovo Mondo attraverso la tratta degli schiavi fin dal XVII secolo. Affascinanti e misteriche tradizioni africane poi immortalate nelle pagine della Storia occidentale con i famigerati processi alle streghe di Salem, e di opere letterarie quali “Il Crogiuolo” di Arthur Miller o “Il Viceré di Ouidah” di Bruce Chatwin.

Il dieci gennaio di ogni anno, la città di Ouidah, nel Benin, viene illuminata dal festival unico e imperdibile che celebra l’affascinante volto dell’Africa più animista, dove mito, superstizione e realtà s’intrecciano in un’esperienza inebriante, intensa e indimenticabile. Ouidah non è soltanto vudù: da qui, infatti, ai tempi del colonialismo partirono migliaia e migliaia di schiavi venduti dai loro conterranei ai padroni bianchi, come testimoniato dalla celebre Porta del Non Ritorno, suggestivo monumento voluto dall’Unesco a eterno monito di un retaggio crudele. L’approdo a Ouidah è un viaggio emozionante e profondo alla scoperta delle radici più misteriose dell’umanità: un’avventura fantastica fra esoterismo e storia nell’incanto di paesaggi da sogno.

 

L’arrivo del Dagbo Houno e la Via degli Schiavi

I festeggiamenti occupano tutta la giornata, e fin dalle prime luci dell’alba la città si popola di sacerdoti, adepti, credenti, curiosi e turisti di ogni nazionalità. Abiti bianchi cerimoniali si affiancano ai costumi dai colori più sgargianti punteggiati di perline, ma c’è anche chi sceglie di girare seminudo con strani disegni e geroglifici dipinti sul corpo. L’atmosfera è elettrica, scandita dal suono dei tamburi e dei bonghi che favoriscono la trance e il contatto con l’Oltretomba, fra danze vorticose e libagioni.

Attesissimo l’arrivo del Dagbo Houno, il supremo feticheur di Ouidah che chiama a sé gli spiriti e guida i festeggiamenti. Ma non ci inganni lo scenario da sabba: il festival vudu è dedicato anche al ricordo di chi lasciò la città qualche secolo prima per approdare a una vita di schiavitù e sofferenze in terra straniera e sconosciuta. La suggestiva processione degli adepti – chi a piedi, chi in motocicletta, chi ancora in taxi brousse – sulla Via degli Schiavi fino alla Porta del Non Ritorno è senz’altro il momento più commovente di tutto il festival. Per coloro che furono strappati alla proprie radici per approdare nel Nuovo Mondo, il vudù costituiva l’unico ricordo viscerale legato alla terra natale, ed è per questo che la triste storia degli schiavi è legata a doppio filo a questo culto. La variopinta processione alla Porta del Non Ritorno, che commemora gli ultimi momenti vissuti in patria prima di approdare a una vita di schiavitù, è particolarmente toccante in questo periodo storico di nuove forme di migrazioni forzate.

 

Balli frenetici e profumi di spezie

Durante il festival, a fare da contraltare a questo affettuoso omaggio agli antenati vittime dei negrieri, nelle varie tende che rappresentano le molteplici sette cittadine si scatenano balli frenetici di adepti posseduti dallo spirito del vudù. Capita spesso di assistere a scene sanguinose, quando – favoriti dalla trance – i danzatori diventano apparentemente insensibili al dolore e si tagliano con coltelli o si rompono bottiglie in testa, continuando a ballare seppur sanguinando copiosamente. Senza contare gli sgozzamenti di animali offerti alla divinità di turno, e le immancabili bamboline trafitte da spilloni. Non pochi turisti si affidano ai guaritori che offrono rimedi e preparati a base di erbe locali, che – stando alle testimonianze – paiono funzionare a tutti gli effetti. Verità o suggestione? A chiunque partecipi al festival di Ouidah questo non sembra importare, mirabilmente soggiogato com’è da canti, musica, danze, grida e dai profumi di spezie ed erbe miracolose e della brezza atlantica pervasa di mistero e di magia.

 

Un filtro d’amore a Ouidah

Chiunque giunga in questa città del Benin se ne innamora perdutamente. Cullati dal tam tam dei tamburi e dal fruscio delle palme da cocco sulle spiagge dorate e della lussureggiante vegetazione nelle lagune di mangrovie, vezzeggiati dalla cordiale accoglienza della popolazione locale, e rapiti dalla conturbante e ipnotica atmosfera che pervade la città, i viaggiatori vi lasciano per sempre il cuore, quasi se stregati da un filtro d’amore a base di tramonti incandescenti, esotiche malìe e richiami al passato. Come i quattro chilometri di pista sabbiosa che era un tempo la cosiddetta Route des Esclaves punteggiata da monumenti quali la già citata Porta del Non Ritorno fatta costruire dall’Unesco e inaugurata nel 1995, con feticci e bassorilievi che ritraggono gli schiavi in catene, la cui triste storia è ampiamente rievocata nel sito più culturalmente rilevante della città, il Musée d’Histoire de Ouidah, ospitato in uno splendido Forte portoghese edificato nel Settecento.

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Mentre il sole si scheggia in mille fuochi nel cielo dell’Africa Occidentale, la città più meridionale del Benin, affacciata sulla distesa blu dell’Oceano Atlantico, vibra di suoni e colori unici al mondo. Nella sua ormai pacifica convivenza con i numerosi siti cattolici che ricordano la passata dominazione portoghese, quali per esempio la rinomata cattedrale, a Ouidah il vudù è ovunque; non solo nel Tempio dei Pitoni, dove vivono una sessantina di serpenti sapientemente custoditi dai sacerdoti di questo peculiare luogo sacro che costituisce una tappa d’obbligo per tutti i viaggiatori. Strade, case, edifici, monumenti… tutto è pervaso dal culto animista più antico del mondo, che – pur risalendo alla notte dei tempi – è oggi praticato da sessanta milioni di persone. A differenza di quanto si pensi, tuttavia, il vudù non è un fenomeno folcloristico legato alla magia nera, bensì una religione vera e propria con una sua spiritualità di autentico rilievo. Se cerimonie e riti sacri sono officiati tutto l’anno in varie parti della città e nei villaggi limitrofi, è nella ricorrenza del 10 gennaio che questo culto diviene protagonista incontrastato, durante il fantasmagorico Festival delle Arti e Culture Vudù che attira sacerdoti e adepti da tutta l’Africa e turisti da ogni parte del mondo, pronti ad assistere a uno spettacolo unico e ineguagliabile.

 

Verso Accra e Lome

La zona dell’Africa Occidentale compresa fra Benin, Togo e Ghana è ricca di siti di rilevanza storica e culturale, e vale decisamente la pena – per chi decidesse di partecipare al festival vudù di Ouidah – progettare un tour che tocchi varie tappe della regione.
Nel Benin, d’obbligo la visita ai Palazzi Reali di Abomey, capitale dell’antico regno di Dahomey, caduto nel XIX secolo. I palazzi, dichiarati patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, sono ricchi di bassorilievi d’inestimabile importanza storica – con templi costruiti con argilla, polvere d’oro e sangue umano – e fanno di Abomey una delle più frequentate e imprescindibili mete turistiche dell’Africa Occidentale.
In Ghana, la capitale Accra, una delle più fiorenti colonie inglesi in quell’angolo d’Africa e dove le antiche tradizioni locali convivono amabilmente con la modernità tutta britannica, merita decisamente una visita; di estremo interesse la zona dei costruttori di bare dalle forme più bizzarre e artistiche. A Kumasi, da non perdere i funerali Ashanti, che si celebrano il sabato pomeriggio, e il palazzo reale. Sempre in Ghana troviamo ancora la storica città di Elmina, dove Cristoforo Colombo e Bartolomeo Diaz approdarono dieci anni prima di scoprire l’America per costruirvi un forte e sfruttare le riserve d’oro. Anche il castello di Elmina è considerato patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

La natura selvaggia del Ghana offre visioni indimenticabili e suggestive, come le rinfrescanti cascate di Kintampo e la foresta sacra di Fiema Boabeng, immersa in una luce di smeraldo e popolata di scimmie sacre, che la popolazione locale considera numi tutelari in quanto reincarnazione degli antenati.

Lome, la capitale del Togo alla frontiera del Benin, presenta numerose testimonianze del passato coloniale, con le sue ville e i suoi edifici eleganti. Ma, come a Ouidah, vi è anche una forte presenza del vudù, come per esempio al Mercato dei Feticci dove guaritori, adepti, sacerdoti, o turisti a caccia di souvenir curiosi, acquistano tutto l’occorrente per preparare amuleti e sortilegi.

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