In Marocco al Festival Gnaoua

Dal 12 al 15 maggio 2016

, Marocco

gnaua festival, essaouira, marocco

Il Festival Gnaoua e delle Musiche del Mondo, che si tiene ogni anno a Essaouira dal 1998, esprime nel nome il suo autentico significato, le ragioni della sua originalità e del suo stesso successo. Non si tratta di un Festival che si propone soltanto di salvaguardare il patrimonio culturale rappresentato dalla musica gnaoua. Il Festival è un luogo di incontro e di dialogo tra culture e stili musicali di diverse parti del mondo. Il suo obiettivo è da sempre lo scambio, la “fusione” di suoni, melodie, ritmi di differente provenienza, l’incontro di esperienze e sensibilità.
La stessa vitalità della musica gnaoua, del resto, si misura anche in questo modo: attraverso l’apertura e il confronto con la diversità e la molteplicità dei linguaggi contemporanei. In questo genere musicale, le cui origini rimandano agli schiavi dell’Africa nera tradotti nelle città di porto come Essaouira, elementi mistici propri dell’Africa sub-sahariana si sono fusi con la tradizione arabo-berbera, fondamentalmente islamica.

Il rito della musica

In Marocco, diverse confraternite sono depositarie della tradizione gnaoua e dei suoi riti, nei quali la musica, il canto e la danza hanno un ruolo essenziale. Il Festival per esse è un’occasione di incontro e una scena che si apre sul mondo. I gruppi, vestiti con costumi dai colori vivaci e diversi tra loro, sono guidati dal maâlem – maestro spirituale e musicale ad un tempo – , figura di riferimento, unico suonatore del guembri, una specie di basso a tre corde, al quale si affiancano i qraqech, crotali o nacchere in metallo suonate in coppia da musicisti che eseguono anche le danze, e il tbel (tamburo). Le composizioni musicali, caratterizzate da melodie pentatoniche e ritmi sincopati, sono eseguite in modo ripetitivo, quasi ipnotico, sono accompagnate da movimenti cadenzati ma anche da figure coreografiche complesse. Alle frasi del maâlem, che è anche il cantante principale del gruppo, rispondono in controcanto i musicisti.

La musica gnaoua e le nuove frontiere

Nell’ambito del Festival ci sono diversi momenti di esibizione per la musica gnaoua: dai concerti cosiddetti “intimisti”, alla celebrazione dell’hadra, la cerimonia rituale tradizionale di carattere religioso che si svolge durante la notte (lila) nella zaouïa, il centro spirituale della confraternita di Essaouira, ai concerti principali dove i gruppi gnaua e i loro maâlem si uniscono sulla scena ad altri artisti di musica jazz, reggae, tecno, soul, arabo-andalusa, caraibica, ecc. “costruendo” esperienze musicali nuove, improvvisazioni o contaminazioni sperimentali piene di energia e di passione, capaci di produrre emozioni inattese. La musica gnaoua, con l’apparente semplicità dei suoi ritmi, sembra capace di fondersi in maniera efficace con stili e sonorità diverse. I risultati sono spesso sorprendenti. Le “fusioni” – come sostengono gli organizzatori del Festival – non sono semplici esercizi di stile. Mostrano, ogni anno, che un’espressione artistica marginale come quella degli gnaoua può resistere, o meglio, rafforzarsi a contatto con l’altro.
Il Festival è un luogo in cui gli eredi di una tradizione secolare e artisti di diversa formazione possono esplorare insieme inediti percorsi musicali. Nel tempo, i musicisti locali si sono aperti a nuove esperienze, hanno acquisito una diversa visibilità ma anche un riconoscimento sociale. In questo senso, il Festival è un progetto che esprime una “visione a lungo termine”. Non è un evento puntuale. Diverse sono le azioni complementari volte a promuovere il patrimonio culturale degli gnaoua: dalle tourneés all’estero alla recente redazione di una vasta antologia della loro musica, dalla pubblicazione di album alle collaborazioni con altri artisti.

I giorni del Festival

Le giornate dell’evento sono dense di iniziative e affollate di persone. E’ difficile potere seguire tutto quello che il programma propone: i grandi concerti aperti a tutti che si svolgono nella vasta piazza storica di Moulay El Hassan o sulla spiaggia di Essaouira, i concerti che si tengono in spazi suggestivi e raccolti come la corte dello storico riad “Dar Souiri”, la terrazza del Borj Bab Marrakech, antico bastione da poco recuperato agli usi della città, o l’edificio religioso della zaouïa Issaoua. Ma anche i dibattiti: quelli che ogni giorno hanno luogo, nel pomeriggio, all’ “Arbre à palabres”, la sede dell’alleanza franco-marocchina, dove, in un’atmosfera conviviale, si incontrano i protagonisti del Festival, o il Forum, organizzato ogni anno su un tema specifico, mettendo a confronto studiosi, politici, opinionisti, esperti di settore.
La città di Essaouira offre a questo Festival non solo i suoi spazi. Ma la sua storia e le sue atmosfere. Anche quella di città “cosmopolita”, aperta al mondo. Il Festival richiama un pubblico internazionale sempre più vasto. Cresciuto negli anni. Ma è anche un Festival ed una festa della città. Certo, nei giorni in cui ha luogo, cominciando con la parata iniziale, si incontrano persone molto diverse tra loro: hippies, surfisti, turisti, rasta, ambulanti senegalesi in costumi tipici, donne e uomini vestiti con la djellaba, ragazze in jeans. Ci sono ore del giorno in cui il movimento si riduce o si concentra in alcuni luoghi. Ma la sera, soprattutto, le strade principali si riempiono di persone, di una folla che mescola generazioni, culture, origini, classi sociali, provenienze, nazionalità. I giovani del posto sono tanti e si affollano in gruppi. Le coppie escono insieme, le mamme con i loro figli. Il pubblico che si concentra ai concerti, soprattutto quelli all’aperto, soprattutto quelli in piazza è un pubblico variegato e composito, attento, curioso e partecipe. E’ impossibile sottrarsi alla musica e ai suoi ritmi, alle luci e ai suoni, restare fermi, non guardare i movimenti dei corpi e delle mani, non unirsi a questi ultimi, non essere insieme a tutti e non fare spazio ai bambini che, di tanto in tanto, si spostano, si muovono tra le persone, tenendosi per mano, per non perdersi.

 

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Il fascino della città bianca

Quando si va ad Essaouira da Marrakech si percorre una strada che dall’interno porta verso la costa. Il percorso non è lungo. Si tratta più o meno di 170 km. Ma la distanza dalla “città rossa”, vicina ai monti dell’Alto Atlante, in realtà, si misura altrimenti. Via via che ci si avvicina all’oceano, il paesaggio cambia, si fa più verde, l’aria è più fresca, il vento sale e, alla fine, si definiscono i contorni di una “città bianca”. Essaouira si distende lungo il mare. La sua espansione ha seguito e segue la sequenza delle spiagge e il tracciato regolare dei viali principali su cui si struttura la “città nuova”, con i suoi quartieri funzionalmente distinti e il patchwork delle più recenti lottizzazioni.
Ma il nucleo originario, la medina di oggi, protesa verso l’oceano, si chiude all’interno del tracciato delle mura, segnate da porte di accesso e bastioni. Esse hanno il colore ocra della sabbia rosata. Raccontano la storia di una città fortificata. Una storia recente che, – al di là delle tracce lasciate da fenici e cartaginesi, greci e romani, berberi e arabi, o delle prime strutture difensive realizzate dai portoghesi all’inizio del ‘500 -, rimanda alla decisione di un sultano alauita: quella di costruire un porto e di dare sviluppo alle attività commerciali ad esso connesse, affidando ad un ingegnere militare francese il disegno della città e delle sue mura. Il sistema difensivo, realizzato a partire dalla seconda metà del ‘700, concepito seguendo i principi dell’architettura militare europea dell’epoca, diventa il segno distintivo della città che fino al 1956 è chiamata Mogador, mentre inusuali regolarità e assi lineari caratterizzano la trama urbana che accoglie, al suo interno, edifici costruiti secondo le forme proprie dell’architettura islamica.
Il colore dominante è il bianco, quello delle facciate, che cambia al variare della luce. Ma poi c’è l’azzurro degli infissi delle finestre, che si ripete, in più sfumature, nelle porte di ingresso, negli elementi decorativi e che dialoga con il cielo ed il mare. Esso ritorna più volte: negli oggetti di uso comune, in una tenda che ripara dal sole o nella macchia fugace di una tradizionale djellaba, nelle moltitudine di piccole barche ormeggiate al porto. Quest’ultimo, per quanto abbia perso il ruolo commerciale avuto nel passato, resta un porto di pescatori nel quale si fabbricano o si riparano ancora imbarcazioni tipiche con metodi artigianali. Un luogo animato, soprattutto al mattino, segnato dalle fatiche e dal tempo, dal lavoro e dall’attesa, affollato di persone e di rapidi voli di gabbiani.
La parte antica di questa città ha, dunque, un fascino tutto particolare che viene dalla sua posizione e dalla sua conformazione, dalle strade e dai muri, dalla polvere e dalle maree, dalla luce e dal vento, dalla nebbia che può calare improvvisa in certe giornate, da luoghi come la kasbah e la “Squala della kasbah”, il souk o il Mellah, il quartiere ebraico, ora in gran parte abbandonato, che racconta della presenza di una comunità attiva qui un tempo e di una convivenza pacifica tra popolazioni e confessioni religiose. Un fascino che viene da una sorta di “integrità” che si percepisce ancora e che è stata riconosciuta anche dall’Unesco alla Medina di Essaouira, toponimo arabo, quest’ultimo, entrato nell’uso ufficiale con l’indipendenza dal protettorato francese, il cui significato è città “protetta” o città “ben disegnata”. Una combinazione di tradizioni urbane islamiche e di geometrie di origine europea rende unica la Medina rispetto ad altre città del Nord-Africa mentre il tempo racconta di un incrocio di culture che dal passato si trasmette ancora al presente.

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