Ice Music Festival, la Norvegia e la magia del gelo

9 - 12 febbraio 2017

Geilo, Norvegia

ice music festival

Un solo giorno all´Ice Music Festival di Geilo in Norvegia è un giorno in più della nostra vita. Sì, perché qui, dal 9 al 122 febbraio 2017, artisti e cantanti si esibiscono suonando strumenti esclusivamente fabbricati con il ghiaccio e l’atmosfera creata così, nelle grotte gelate del festival, fa sì che ciascuna notte diventi un tempo fuori da qualsiasi mese, settimana o anno canonici. Ciascuno di questi quattro giorni, un surplus rispetto ai trecentosessantacinque giorni ufficiali. Una rivincita della Natura, il riscatto degli infiniti spazi, la vittoria dell’insondabile meraviglia che conserva ancora la Terra.

L’Ice Music Festival è ideato dal compositore norvegese Terje Isungset, non un musicista normale, ma uno che forza i limiti: un uomo che sente suonare la natura. E la fa suonare. Nel 1999 ha eseguito un concerto sotto una cascata gelata e nel 2006 ha costruito strumenti insoliti per dare vita alla melodia della betulla artica e le confessioni sonore dell’ardesia. Durante l´incisione del suo quinto album, “Igloo”, ascoltando gli uccelli nei boschi vicino Bergen ha avuto l’impressione di ascoltare una fantastica jazz band e da allora sogna di fare “un concerto usando solo le melodie degli uccelli”.

Da Oslo fino Geilo, il treno e il paesaggio
In treno, dalla capitale norvegese, si impiegano tre ore e quarantotto minuti. Dieci fermate della Bergen Railway, uno dei più bei percorsi ferroviari al mondo, che unisce Bergen e Oslo, le due grandi città ai lati opposti della Norvegia. Poco meno di quattro ore di altipiani e di curve, di gallerie dove è sempre un’umida notte, di sorsate di luce improvvisa, e del fogliame che riempie i finestrini. Si parte di mattina presto dalla Sentralstajon di Oslo e si arriva poco prima del sole di mezzogiorno. Si passa per Drammen e a Hokksund quando sono ancora le dieci del mattino, il treno smette di scivolare sui binari, così inizia ad attaccare gli altipiani, ad arrampicarsi col muso rivolto in alto, verso nord, verso Hønefoss e infine Geilo.

Arrivati ci sono le montagne e la stazione di legno, i tetti rossi a vu rovesciata come ali di malinconiche rondini, e tanta neve. Finestre chiuse, lampioni, la traccia di una strada. Sul lato cieco della stazione, di lato, dietro una collinetta di neve, sta appoggiata una bicicletta. Chissà chi ha il coraggio di usarla a venti gradi sotto zero. Lo capisci subito, qui si tratta di accettare il paesaggio, prima di tutto.

I libri di Eventrip



Gli strumenti mai veduti
Sul palco, anch’esso interamente di ghiaccio, i cantanti tengono il microfono con guanti palmati e si coprono le orecchie con cappelli che scendono sino al punto più basso delle loro mascelle, fino a sembrare quasi vecchi cani tristi con le loro lunghe orecchie. Come facciano i musicisti a suonare sul palco, resta un mistero. Ma forse è solo il nostro sguardo febbrile e meridionale che trova tutto questo così spaesante. In uno dei concerti dell’anno scorso, si era potuto ascoltare Rob Waring suonare l’icephon (una sorta di xilofono fatto di ghiaccio) accompagnato da una tessitura di voce delicata e sublime di Elbjorg Rakenes (ascolta qui), si aveva avuta la fortuna di sentire, proprio assieme a Terje Isungset, a Eilif Gundersen e ai suoi baffi fluviali, il suono del gigante e biforcuto sassofono d’acqua ghiacciata. Talmente alto che, con le sue due campane che poggiano direttamente per terra, non ci si deve nemmeno piegare per suonarlo. E persino il suono gutturale del violoncello ghiacciato di Svante Henryson che, insieme alla voce di Katryna Henrynson, si sono esibiti in una cover di Kiss di Prince, in un mix di sperimentazione e ironia che aveva strappato risate sincere a più di uno spettatore.

L’esperienza irripetibile
Per l’Ice Music Festival, Isungset ha voluto riconsegnare agli strumenti un’aura perduta. Ogni strumento creato dal ghiaccio è uno strumento unico, destinato a sciogliersi e a scomparire, e ogni esecuzione del festival ha una sola possibilità di riuscita. Una volta che tutto sarà finito, ogni strumento si decomporrà, smetterà di esistere. Come accade persino, alle volte, ai ricordi.

Per ricominciare tutto il lavoro di costruzione da capo, con tutto quel rompere di motoseghe e quel trainare di slitte. “Quasi sempre – dice Isungset – non so davvero come suonerà il mio strumento. Così, devo ogni volta che lo creo, ascoltare il suono e cercare di creare della musica a partire da quel suono”. L’esperienza è quindi un’esperienza irripetibile e unica. Per il musicista, e così anche per chi ascolta, per chi deve comporre sul momento e per chi assiste allo spettacolo, nel cercare di indovinare di quale tipo di originalità si tratti questa volta. Riuscire a seguirla non distraendosi mai, cercare in ogni istante di ricomporre il puzzle, mettere insieme i frammenti di suoni, per ottenere, in fine, l’intera figura.

Il recupero di quel che siamo
Restare tutta la durata dei concerti non è semplice. Le notti dell’Ice Music Festival sono quelle dell’inverno norvegese, indurite di freddo e dalla noia come noci da mesi pietrificate nel proprio guscio. Per farlo occore precipitare all’interno di pellicce e quasi non ci si riesce più a muovere una volta preso il posto, tanto sono ingombranti gli abiti. Sotto quell’astrolabio che è il cielo norvegese, per la sua trasparenza matematica da oggetto che sveli i segreti dei suoi meccanismi, si è costretti a fare i conti con l’imponderabile che la natura conserva. Non semplice quindi, ma sublime. Le tre notti norvegesi dell’Ice Music Festival ci risospingono, con le guance schiacciate contro la porta a vetri del fondo del mondo, ad ascoltare le originarie note del misterioso gigante che sta nascosto nelle profondità sotto le spesse superfici di acqua ghiacciata.

Foto: Hemile Holba

L'AEREO PER LA NORVEGIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA