In Tanzania per le Grandi Migrazioni

a partire dal mese di aprile

, Tanzania

“Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè. Ma l’Africa conosce il mio canto?” Così Karen Blixen, saluta per sempre il Kenya nel libro autobiografico “La mia Africa”. Un’esperienza forte l’Africa. La prima volta che ci si trova di fronte ad una giraffa si è presi da stupore e stordimento perché quando lei ti osserva placida dall’alto dei suoi cinque metri intenta a strappare rami come fossero fili d’erba è proprio te che sta guardando e non l’obiettivo della telecamera mentre sei seduto comodamente sul divano di casa a guardare un documentario.

In Tanzania, a partire dal mese di dicembre, si può assistere al fenomeno della Great Migration. La jeep è grande e scoperta e gli animali sembra di poterli toccare. Dopo un po’, si crede quasi di potercisi abituare, di non stupirsi più quando un branco di gnu con quella loro buffa faccia attraversa la pista. Invece no, di un animale ci si stupisce sempre, l’unico che si avvicina alla jeep, l’unico che viene ad annusare quello strano mucchio di ferro che sa di petrolio e mille altri odori sconosciuti. Il leone si sdraia in mezzo alla pista e si fa ammirare, sembra quasi mettersi in posa e ti guarda fisso, proprio te, e quando ruggisce tremano le vene dei polsi, il suono si propaga per la savana attraversando e immobilizzando in un silenzio attento e reverenziale tutto ciò che incontra e si rimane tutti vicini e immobili perché il re della foresta non è re per caso.

Si fa a gara a chi vede prima jene, leoni, bufali, ippopotami, impala, elefanti, gnu, licaoni, ghepardi, sciacalli, giraffe. Si fa a gara per il “Big Five Game”. Si dice che un safari non può chiamarsi tale se non si sono visti i Big Five: il leone, il leopardo, l’elefante, il bufalo e il rinoceronte. Si promettono grandi mance per vederli tutti ma la guida ride e non si impegna più di tanto perché agli animali mica gli si può dare un appuntamento. Facilmente si vedranno leoni, bufali ed elefanti, gli altri due invece sono rari, i cespugli in Africa sono grandi come chiome di alberi dove un rinoceronte si nasconde tranquillamente mentre il leopardo placido si mimetizza sul ramo più alto osservando annoiato la folle ricerca.

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Great Migration: l’incontro con il leone (foto di Valentina Daneo)

La più grande migrazione di animali del mondo

L’acqua è la chiave di tutto. A novembre le piogge diventano sempre più rare, mandrie di zebre e di gnu, cominciano a spostarsi dalle riserve a sud del Serengeti verso nord, nella zona del lago Ndutu e nella riserva di Ngorongoro alla ricerca di acqua e pascoli ancora verdi. Qui rimangono finchè c’è cibo e finchè i piccoli, che nascono tra febbraio e marzo, saranno in grado di affrontare il viaggio vero il Kenya e il lago Victoria. Detta così è dannatamente semplice ma alla domanda “come sanno quando spostarsi e come fanno’” la paziente Guida risponde: “gli animali annusano l’aria, sentono la pioggia e sulla base del loro istinto decidono quando e dove spostarsi.”

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Migliaia di animali, mandrie che possono raggiungere gli 80mila capi, si spostano seguendo la stagione delle piogge e invadono la pianura del Serengeti seguendo un disordinato ma organizzato piano di viaggio. L’itinerario è circolare, da sud a nord, per poi tornare indietro, a novembre verso il punto di partenza. Le diverse mandrie si spostano costantemente per tutto il periodo ma non tutte insieme. Vanno tutte verso nord ma seguendo percorsi diversi e criteri e tempistiche noti solo a loro. A novembre poi torneranno indietro, in modo molto più rapido poiché non troveranno sul percorso cibo e acqua in abbondanza, per raggiungere di nuovo le riserve a sud del Serengeti e i nuovi pascoli formati grazie alla stagione delle piogge.

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Great Migration: i bufali e la jeep (foto di Valentina Daneo)

 

Gli avvoltoi e i coccodrilli

A bordo della jeep la testa non riesce a stare ferma tante sono le cose da vedere finchè si alza lo sguardo si nota qualcosa e si chiede alla Guida “cosa stanno facendo gli avvoltoi?” e la sua risposta è cosi semplice e così complessa allo stesso tempo: “in questo periodo di qua passano le migrazioni. Gli animali si spostano per cercare l’acqua, molti moriranno per gli attacchi dei felini sulla terra ferma e in acqua da parte dei coccodrilli, le carcasse nutriranno jene e licaoni e poi gli avvoltoi e gli altri animali spazzini finiranno tutto”. E’ dannatamente semplice, è il complesso ciclo della catena alimentare, da rimanerci a bocca aperta, mentre la Guida racconta le immagini prendono forma e sembra di vedere un film.

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Great Migration: le giraffe masai (foto di Valentina Daneo)

Il mal d’Africa e la domanda che ritorna

La pianura del Serengeti, in Tanzania, si estende per più di trentamila km quadrati, siamo all’equatore la terra sembra piatta e sembra di poterli vedere tutti quei km quadrati. A perdita d’occhio non c’è nulla che fermi la vista, la testa gira su se stessa e anche il corpo è costretto a seguirla, una distesa di spazio vuoto ma pieno di cose da vedere, odori da sentire, colori da riconoscere, suoni da ricordare. Sarà impossibile purtroppo, non si possono incamerare tali e tante informazioni. Per questo viene il mal d’Africa.

Il confronto con una vastità e una varietà di cui si conosce l’esistenza ma non si immagina la potenza costringe a rivedere priorità, a modificare comportamenti, costringe a stare zitti davanti all’enormità del fenomeno cui si assiste. La domanda “riusciranno le zebre ad attraversare il fiume?” provoca dubbi perché naturalmente si sarebbe propensi a tifare per il più debole ma li no, dalla jeep di fronte al film della Great Migration si rimane spesso imparziali, comunque vada sarà stato giusto così, questa è la risposta. Dannatamente semplice ma forse scomodo da accettare.

Il mal d’Africa è la nostalgia per aver vissuto qualcosa di unico e il timore di non poterlo rivivere. Ed è così, e non perché l’Africa è lontana ma perché si è consapevoli che niente sarà mai indimenticabile e struggente come la prima volta. Allora ecco che torna la domanda: “Ma l’Africa conosce il mio canto?”. L’impatto emotivo è così forte e il cambiamento così duraturo che ci si vorrebbe illudere che un pezzetto di noi in Africa possa rimanere. Così non è, la giraffa distoglie lo sguardo e se ne va. Verso un ramo più alto in attesa della nuova stagione delle piogge.

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